Senilità tra contemporaneità e Pandemia

Il Covid 19 ci ha regalato, tra le altre cose, la consapevolezza della vecchiaia e, di conseguenza, ha spinto a una riflessione su di essa, mentre i più vecchi continuano ad andarsene e a svuotare le case di riposo.

Prima della pandemia la partecipazione e la condivisione, in un ritmo incessante dell’avanzare delle nuove tecnologie, avevano da tempo ceduto il posto ad un superficiale soliloquio mantenendoci in un seducente bilico tra reale e virtuale e imponendo un vivere correndo.

Nell’inseguimento di un futuro senza meta, in una corsa assillante, senza tregua, verso tutto ciò che è nuovo, la vecchiaia si è identifica nel mondo contemporaneo con l’inadeguatezza.

In un passato remoto essa, mostrando capelli bianchi e barba lunga per gli uomini, coincideva con la saggezza; alla fine del proprio percorso ognuna/o possedeva sapere, conoscenza e competenze acquisite e accumulate nel tempo che spingevano al rispetto i figli, i nipoti, i giovani. Ci si recava dagli anziani come ad un oracolo per avere un responso sulle incertezze di lavoro, di relazioni, di famiglia, per un confronto che aveva attese e importanza.

L’aspetto fisico degli anziani, attestazione del loro percorso nella vita, era da mostrare con orgoglio ed era la pietas dell’uomo, che induceva amore, compassione, misericordia, nel rispetto del meglio dei valori tradizionali, quali la famiglia, la patria, la spiritualità, la misericordia. Nella contemporaneità, invece, l’aspetto fisico è divenuto qualcosa di cui vergognarsi, una specie di handicap da nascondere, ricorrendo al lifting con l’illusione di ringiovanire ma che in realtà è omologazione, quando non crea dei nuovi mostri dall’aspetto orripilante. L’uomo ha sentito di dovere annullare la vecchiaia in continui prolungamenti e miglioramenti di vita. Altrimenti non veniva considerato, poiché era prioritaria la crescita economica in una logica d’impresa, innescando, così, un processo autodistruttivo che investiva ogni aspetto della vita delle persone. Si creava, alla fine, una società intenta a mercificare tutto, trascurando conoscenza, generosità, piacere, gratitudine, rispetto e lasciando il posto a un sentimento di reazione a catena, il risentimento.

Nell’assenza dei legami sociali, poiché non c’era più tempo per stare assieme e donarsi reciprocamente, senza tornaconto, non ci si ritrovava più con i vecchi, poiché, in un mondo così veloce non c’era più tempo per la lentezza.

Il Covid19, con i numerosi morti, li ha riportati alla loro pietas originaria, e nella sofferenza inaspettata, riemerge la centralità dell’uomo e della donna nella loro umanità e con le loro emozioni. E spinge a soffermarsi, rallentare, ascoltare, capire, riconoscere i propri limiti e i propri difetti, abbandonare i pregiudizi e ritrovare il valore dell’Umanità. La vecchiaia, che drammaticamente abbiamo riscoperto, e che non esce o esce devastata dalla Pandemia, rimane, comunque, un grande problema sociale, in un periodo di fortissima diminuzione della natalità.

Eppure pensando agli anziani non dobbiamo correre il rischio di soffermarci solamente sulla loro fase finale, poiché la vecchiaia è una normale età della vita, ma bisogna conoscere e ricordare il percorso e l’unicità del loro vissuto fino al momento in cui non sono più in grado di essere autonomi e indipendenti e, nell’incapacità di agire, immersi nella solitudine che immobilizza le loro decisioni, dipendono da altri. E’ questo un momento delicatissimo e avere le persone accanto che sanno amarli e rispettarli fa veramente la differenza, in particolare quando loro sono lucidi e sanno osservare, dedurre, gioire e soffrire.

Non è facile invecchiare e vivere l’avvicinamento della morte. Bisogna ricordare che la vecchiaia è faticosa e difficile, soprattutto in solitudine.

Fondamentali a questo punto sono le persone che si prendono cura, con la loro etica e la loro capacità di amare.

Amare significa anche rispettare e, soprattutto non tradire la fiducia degli anziani e non fare niente che loro hanno detto di non fare se riguarda la loro vita, i loro affetti, i loro oggetti, il loro avere.

E’ imperdonabile comportarsi diversamente, non rispettando le loro volontà.

Oggi sono sempre più numerosi gli anziani che, ancora lucidi, riuniscono la famiglia, chiedendo di promettere che quando non capiranno più, i figli rispetteranno le loro richieste, le loro indicazioni, fatte anticipatamente. Tanta è la paura di perdere la dignità quando si è in età avanzata.

Non è mai successo nel passato di vivere relativamente in salute così a lungo come nella società attuale, escludendo la pandemia e nonostante le malattie, al punto che si sta pensando di rivedere il concetto di longevità, finché la situazione non diventerà complessa e ingestibile e, alla fine, si morirà, semplicemente, perché nella vita prima o poi si deve morire. E non sempre è facile, come non sempre è facile nascere. Ce lo ricorda Michela Murgia in Accabadora, Einaudi, 2014, in cui descrive come Tzia Bonaria Urrai, quando è necessario, aiuta le persone ad andarsene offrendo loro una morte pietosa. Una storia di donne e tocca ad una di esse prendersi un compito così doloroso, da ultima madre. E per questo, per il suo gesto compassionevole, l’Accabadora, è amata da tutto il paese, riconoscente.

Sì, non sempre è facile nascere, vivere, e non sempre è facile morire.

Chi non pensa alla vecchiaia, soprattutto quando si avvicina?

Ci pensò anche Cicerone, una delle figure più rinomate di Roma antica, politico, scrittore, oratore e filosofo, che, in un periodo di inattività politica forzata, decise di riflettere su come poter vivere e cosa poter realizzare nella vecchiaia. Scrisse così un saggio, De Senectute, in cui afferma che, al contrario dell’opinione diffusa, tale periodo per lui è un periodo felice.

Durante la pandemia, è sembrato, in alcuni momenti molto critici, anche se non è mai stato affermato esplicitamente, che ci fosse la tentazione di lasciare da parte la cura degli anziani per lasciare spazio ai giovani ammalati. Questo per fortuna non si è verificato.

Oggi, dopo essere riusciti con la scienza e con la tecnica a rimandare l’invecchiamento biologico e mentale, ci si chiede il senso di tutto ciò se poi gli anziani, vulnerabili e fragili, vengono reclusi nelle case di riposo in attesa di andarsene o nella solitudine delle loro case, quando non hanno la possibilità di assistenza dei figli o sufficienti risorse per pagare una badante e qualcuno che gli faccia compagnia.

E’ vero che oggi c’è più longevità ma questa conquista dovrà dare agli anziani anche la possibilità di vivere con dignità fino alla fine dei loro giorni, e questo vale per tutte le età di ogni persona.

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Caterina Condoluci

Caterina Condoluci vive da oltre trent’anni nel Veneto, dove ha esercitato per lungo tempo la professione di docente di italiano e storia. Appassionata d’arte e di letteratura, attualmente si dedica alla scrittura come testimonianza di vita.

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