Terra ballerina

Caterina Condoluci

 

Il paese dove sono nata è ballerino. Lo è sempre stato.

I racconti che ascoltavo dagli adulti fin da bambina erano impregnati di paura e d’attesa: si sapeva che la terra, prima o poi, avrebbe nuovamente fatto sentire le sue scosse devastanti, poiché il mio paese, uno dei tanti in Calabria, è classificato zona sismica 1, cioè la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti .

I sussulti, a dire il vero, sono sempre stati frequenti e non posso dire di averci mai fatto l’abitudine. Sono cresciuta immaginando il centro abitato completamente crollato per un terremoto, probabilmente quello che aveva interessato una vasta aerea tra Cosenza e Nicotera, tra il 7 e l’8 settembre del 1905. In seguito il paesino era stato ricostruito a circa due kilometri di distanza.

Così mi è stato raccontato dagli anziani del posto.

Il sisma aveva avuto un’intensità tra il X e l’XI grado della Scala Mercalli.

Nel 1908 un’altra grande tragedia di terra e di mare colpì Messina e Reggio con epicentro nello stretto.

Le due città, demolite dalla scossa, furono interamente ricostruite.

Il primo importante sisma, di cui si ha ricordo per la grande intensità, fu quello del marzo 1638, che iniziò la sequenza dei terremoti che in ogni secolo colpiscono e martoriano la regione.

Dopo aver visto da ragazza il lampadario della mia camera oscillare e aver sentito un improvviso rombo, non ho più dormito sonni completamente sereni. bambola terremoto

Da allora prima di addormentarmi guardavo il lampadario e speravo che la notte passasse pacifica.

Non sempre era così ma per fortuna non ho mai vissuto situazioni estreme finché sono rimasta nella mia terra nativa.

Una notte d’estate il boato fu particolarmente violento e il lampadario continuava a oscillare. Ero sola in casa con mio figlio. Presi velocemente il bambino in braccio e scesi le scale per andare in strada, sperando d’incontrare altra gente.

C’era tutto il vicinato e nel volto lessi il mio stesso terrore.

Sapevamo di cosa si trattava e ci aspettavamo di tutto. Le strade erano strette e avevamo il terrore di rimanere sotto le macerie per il crollo delle case.

E’ indescrivibile lo stato d’animo provocato dal rumore del terremoto e la sensazione procurata dalla terra che trema sotto i piedi.

Per fortuna non avvenne nulla di ciò che temevamo.

Piano piano ci calmammo. I visi dei bambini, divenuti prima tesi e bianchi dal panico, si distesero e ripresero colore. I più grandicelli si ritrovarono per giocare e sentivamo le loro voci nuovamente spensierate: cincu e deci, deci e vinti, vinti e trenta e lu ciucciu chi ti canta e lu ciucciu chi ti tira, mammata e sorata… Qualcuno, poco distante, giocava cu piroci. Le bambine tenevano strette a sé le loro bambole

Noi adulti sospirammo di sollievo ma non ci tranquillizzammo.

Mai.

Sapevamo che la tragedia mancata era sospesa sulle nostre teste e che poteva riproporsi improvvisamente con la sua devastazione.

In seguito ai movimenti tellurici i bimbi per giorni avevano incubi notturni, si rifiutavano di dormire soli e non si staccavano dalla mamma o dai parenti.

Le scosse diventavano momenti di ritrovo per la gente, poiché nella paura e nei momenti tragici si acuivano i sentimenti d’umanità e di condivisione.

Si sentivano ad alta voce frasi come: ”Rosa comu siti? Avi assai ca non vi viu. E a mamma vostra, com’è?”. Scomparivano improvvisamente inimicizie, litigi, rancori e ci si riuniva in una stretta calda e sincera.

Per assurdo i movimenti tellurici suscitavano inizialmente angoscia poi riunivano tutti in un grande abbraccio di solidarietà, spingendoli a recuperare il significato dell’esistenza.

Osservando tutto ciò mi chiedevo: ” Perché la gente ha bisogno delle disgrazie per riappropriarsi della propria umanità e, quindi, del senso profondo della vita?”.

Quante scosse hanno segnato la mia crescita e quella dei miei vicini di casa!

In alcune regioni d’Italia si convive con i movimenti tellurici, è risaputo.

Ecco perché mi sento particolarmente vicino alla gente che subisce un terremoto. Non è solo la perdita di tutto, la morte, la devastazione, la desolazione, le ferite che rimangono addosso ma, anche, per sempre, il senso d’insicurezza e di paura che incombe sugli uomini, sulle donne, sui bambini nella loro pochezza innanzi alla natura.

 

 

 

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Caterina Condoluci

Caterina Condoluci vive da oltre trent’anni nel Veneto, dove ha esercitato per lungo tempo la professione di docente di italiano e storia. Appassionata d’arte e di letteratura, attualmente si dedica alla scrittura come testimonianza di vita.

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