Nonostante tutto

Un’estate in fumo

Ci sono delle estati

che l’inverno è meglio.

Allora

nel freddo grigiore di ombre

ed echi di violenza cieca

a gelare l’anima

aspettavi l’estate.

Immaginavi le tiepide notti

profumate di gelsomino,

la frescura dei  monti

a strapiombo sul mare

ed era l’azzurro infinito

il colore della speranza.

Ma ora che è estate

le notti ribollono di tizzoni ardenti

Il cielo è cenere e fumo

e il mare  non è più cristallino.

Meglio l’inverno- allora-

quando

come  per incanto

uno  squarcio di sole improvviso

riaccende

forse

scintille d’umanità.

Un’estate in fumo (M.A.C.)

 

“Su, dai, sbrigati, stiamo facendo tardi e il viaggio è lungo! Non voglio rischiare di guidare fino a notte fonda. Lo sai che non mi trovo più a mio agio a guidare al buio, di notte”, gridò concitato Nicola, nel tentativo di far sveltire Sara che, come il solito, era presa fino all’ultimo con l’organizzazione della partenza.

Egli, infatti, da qualche tempo era particolarmente cauto al volante, dopo un incidente con la macchina che lo costrinse a restare a letto in ospedale con fratture multiple e a sottoporsi, poi, a una serie interminabile d’ incontri di fisioterapia. “Sì, si…tranquillo, avevo dimenticato sul comodino il libro che sto leggendo…ora sono pronta! Su, su, partiamo!”, disse lei, sorridendo conciliante, trascinando fino alla macchina la sua valigia con le rotelle che Nicola sistemò prontamente nel portabagagli della macchina accanto alla sua.

Entrambi aspettavano impazienti quel viaggio che li riportava dai loro affetti rassicuranti, parenti e amici, in un magico ambiente di sole, mare, sapori e odori.

Era stato un anno duro. Ovunque non si parlava di altro che di una realtà ostile, che maltrattava, di crisi, di solitudine, di aria irrespirabile in città, dalla quale bisognava continuamente evadere, di mancanza di sensibilità e di relazioni…E non c’era tempo per soffermarsi a pensare, a incontrarsi, a parlarne…bisognava lavorare, lavorare, correre, correre, arrivare sempre prima del collega che sta accanto per salvaguardare il posto di lavoro. E allora Sara cercava nella memoria e sognava ad occhi aperti di trovarsi altrove, in una realtà più umana che conosceva bene; tornava lì col pensiero e si dimenticava tutto ciò che la circondava. Oppure metteva in confronto la sua vita reale con quella che sognava e ne ricavava dolore e frustrazione. E allora ritornava a sognare un’ esistenza diversa, nel recupero del ricordo. Si difendeva così da un mondo che percepiva disumano.

“Ah! Finalmente! Non vedo l’ora di ritrovarmi tra persone più rilassate, più oziose, se vogliamo, ma che ascoltino con tranquillità e interesse”, disse Sara, pregustando l’estate ricca di emozioni che la attendeva.

Si mise comoda, un po’ distesa, canticchiando un motivo che amava molto: “Gioia, figlia della Luce…”, che le veniva in mente quando era ben predisposta.

Nicola, attento al volante, si girava ogni tanto verso di lei, accompagnando il suo canto con movimenti della testa appena percettibili e fischiettando allegramente la sinfonia n. 9 di Beethoven: “Gioia, figlia della Luce…”. Poi si sorridevano appagati, pregustando i giorni a venire.

Questa volta avevano scelto di non viaggiare in aereo per poter rivedere, sostando di tanto in tanto, l’Italia in lungo. Non lo facevano da tanto tempo. Avevano sempre snobbato l’ingorgo estivo dei vacanzieri che si avventuravano con l’auto nelle strade e autostrade italiane intasate di traffico.

Il viaggio fu abbastanza tranquillo, all’inizio.  Poi incominciò l’inferno delle macchine in fila e dei sorpassi azzardati dei camion, nonostante il divieto. Fu in quel momento che Sara smise di cantare e sorridere ed entrò in un silenzio attonito per poi esplodere: “Ancora? Non è cambiato niente! E’ da anni che evitiamo questi tratti d’autostrada per la pericolosità dovuta all’intensità della circolazione e non è stato realizzato niente per migliorarli! Quante vite ancora devono essere immolate allo sviluppo automobilistico? Può dirsi civile un Paese che non riesce a migliorare realmente la sua viabilità attraverso i tempi?”. Sara era molto arrabbiata; si sentiva un granellino nella massa di gente che percorreva quell’agonia inverosimile. I due erano ormai bloccati, imprigionati in una fila interminabile di disperati come loro sotto un caldo cocente. Tre ore di traffico, di coda, a passo d’uomo. Poi in lontananza videro fiamme gigantesche innalzarsi verso il cielo. Dalla radio appresero che era uno degli incendi dolosi che stavano devastando da giorni l’Italia, da Nord a Sud, per interessi speculativi, in un business criminale. E loro erano costretti, fermi, a osservare quello spettacolo nefasto.

“E’ questo l’inferno!”, esplose Sara, piangendo di rabbia.

E non potevano fare altro che aspettare.

Decisero di non sostare a Firenze, come avevano previsto ma che, usciti da quell’incubo, si sarebbero fermati per cenare e pernottare in Umbria.

Questa era sempre stata una loro meta preferita sia per la bellezza dei paesaggi collinari con i suoi ineguagliabili borghi medioevali ricchi di storia e d’arte sia per la spiritualità che lì si respira e che invita alla contemplazione. Sara, inoltre, aveva seguito i corsi di laurea umanistici a Perugia e si sentiva, in un certo senso, a casa. Verso sera, quindi, presero lo svincolo verso la città umbra ma si fermarono per pernottare in un borgo vicino che non avevano ancora visitato. Avevano prenotato una stanza in un bed breakfast situato in un vecchio castello in collina, dentro il borgo, dove il ristorante aveva i tavoli all’aperto e offriva un paesaggio suggestivo sui dintorni. In un angolo del giardino c’era un’ampia recinzione con due Golden Retriever di color beige, che Sara vide e apprezzò che fossero momentaneamente in un recinto. Lei, in realtà, amava gli animali ma non riteneva si dovessero imporre a tutti nei locali, e spesso avviene, come se possedere un cane significasse instaurare necessariamente un certo tipo di rapporti e di conversazione a volte idioti:”Ma che carini! Sono maschi o femmine? Di che razza sono?” e giù di lì. Ritenne la scelta del proprietario una forma di rispetto. Li ammirò un po’ e dovette ammettere tra sé che erano dei bei cani, poi distolse gli occhi dagli animali e raggiunse, con un certo languorino, Nicola, già seduto al tavolo in attesa. “Pensavo volessi fare un giro nei dintorni…”, gli disse. “Ho un appetito! E poi sono stanco…ho guidato tutto il giorno. Meglio riposare”, rispose l’uomo.

A cena, Giovanni, il proprietario, un signore barbuto, simpatico e autorevole, si soffermò ad elencare le specialità del posto quasi con sensualità dovuta all’amore per il suo lavoro, alla conoscenza e all’attaccamento profondi per il territorio. Egli impose, quasi, perché irrinunciabile, così disse, l’antipasto umbro, dai crostini a base di tartufo nero, ai crostini alla norcina, a base di acciughe fegatini di pollo e ai crostini di fegatini di pollo, a base di fegatini, capperi ed una spruzzata di limone, con il pan caciato, il pan nociato.

Seguirono gli strangozzi al tartufo.

Basta! Sara e Nicola erano sazi ma Giovanni insistette a fargli assaggiare il Brustengolo, un dolce a base di mais e frutta secca, tipico in autunno ma che lui preparava tutto l’anno. “Buono!”, affermarono i due sorseggiando del buon vino nostrano che l’uomo prese dalla cantina di pietra dell’edificio.

A fine cena, Giovanni si sedette con loro scherzando un po’. Poi, però, quando il discorso si spostò sul recente terremoto i due lo videro rabbuiarsi, evidentemente provato, quindi, improvvisamente un po’ curvo, li salutò con cordialità e raggiunse altri ospiti.

L’indomani, dopo colazione, Sara e Nicola ripartirono. Avevano previsto una sosta a Roma e una a Paestum e poi dritti a Sud!

Presero nuovamente l’autostrada e avevano recuperato in parte il piacere del viaggio, quando videro in lontananza nuovamente tragiche fiamme che provenivano, come appresero dalla radio, da boschi incontaminati del Lazio, dove ettari su ettari di macchia verde andavano in fumo per loschi interessi di pochi ma, anche da atti scellerati di ragazzi che per noia o per divertimento davano fuoco a sterpaglie e poi le fiamme si propagavano con facilità a causa del clima estivo, arido e caldissimo.

Persero, quindi, la gioia di fermarsi a Roma e proseguirono il viaggio nuovamente pensierosi e accompagnati a tratti da fiamme mostruose che devastavano l’Italia. Giunti in Campania, il fuoco divenne più frequente ed ebbero la sensazione di avanzare tra lingue ardenti , dove anche loro due potevano bruciare. Appresero che gli incendi, sempre dolosi, lì venivano appiccati anche per sviare l’attenzione da altre attività illecite come lo sversamento di rifiuti tossici.

Non si fermarono a Paestum e proseguirono speranzosi nel profondo Sud, di corsa, convinti di lasciarsi quell’inferno alle spalle.

Finalmente nella dimora del ricordo con il desiderio di un abbraccio vero, consolatore e compassionevole, affettuoso e amorevole! “Ah! La mia casa, i miei ricordi! I miei cari rimasti!”, pensò Sara, non dimentica di ciò che aveva vissuto ma desiderosa di aver un’oasi dove trovare refrigerio per i suoi pensieri e ricaricarsi per l’anno a venire.

Lei osservò la propria casa come fosse la prima volta. “Guarda, non è bella?”, disse rivolta a Nicola. Lo prese sottobraccio e lo portò nei vari locali: ingresso, cucina, soggiorno, stanza da pranzo, bagno, camere da letto; e poi nel vasto giardino dal profumo di agrumi. La casa e i mobili erano stati dei suoi genitori e ancora era possibile immaginare la loro affettuosa presenza.

Lo abbracciò forte: “Mi dispiace, questo viaggio mi ha stremato. Non voglio trasmetterti il mio stato d’animo sofferente, la mia amarezza”, disse. Nicola la strinse forte a sé rassicurante e, in quel momento, Sara capì di essere fortunata.

Poi spensero le luci e, finalmente, andarono a dormire.

L’indomani lei telefonò ai nipoti, Anna e Giuseppe, figli della sorella Maria con i quali aveva un rapporto d’intesa e gli chiese di andare da lei.

Questi si recarono a trovarla quasi subito ma Sara si accorse immediatamente che erano cambiati. L’abbracciarono distratti, con lo smartphone in mano che controllavano senza sosta e, presi i regali, dopo aver detto sbrigativamente qualche parola di circostanza, se ne andarono promettendo di ritornare. In effetti non l’hanno ascoltata neanche un attimo e l’hanno lasciata inquieta.

“Non sono più i miei nipoti. Sono giovani qualsiasi, omologati, distratti, egoisti. Che fine hanno fatto i ragazzi attenti, sensibili, curiosi che ho lasciato un anno fa?”, pensò preoccupata.

Anche la sorella era cambiata, anche lei con il suo smartphone in mano, presa da falsi e veri problemi. La salutò velocemente giustificandosi, perché molto impegnata e andò via lasciandola perplessa.

Si mise in contatto con gli amici. “Ciao Sara, come stai? Che bello che sei qui! Ci vedremo sicuramente. Non subito, però. Sai abbiamo tanto da fare…Quanto ti trattieni? Bene. Allora ci sentiremo. Magari andiamo a mangiare una pizza assieme, prima o poi. Scusa ma squilla l’altro telefono. Ciao Ciao”, così si espressero, quasi tutti, distrattamente e, sembrarono a Sara, forse indifferenti.

Per la prima volta non riuscì a sentirsi subito in sintonia con le persone che conosceva da sempre.

“Erano questi gli amici con i quali mi sono sempre ritrovata, anche nei momenti più critici della mia o della loro vita? Cosa succede? Si comportano tutti allo stesso modo, di qualsiasi ceto sociale e di ogni livello culturale. Appiattiti, di corsa, ad inseguire non si sa cosa…”, pensò intristita Sara.

Fuori la terra, anche lì, bruciava. “Cosa ci sarà dentro quelle fiamme? Cosa stiamo respirando?”, si chiese Maria, sospettando le risposte allarmanti. Montagne, oasi agricole, centri naturalistici, zone vincolate, ovunque bruciavano per volontà di semplici cittadini, di organizzazioni criminali o di aziende gestite da imprenditori senza scrupoli, come informavano i mezzi di comunicazione.

“ Che desolazione! Eppure gli incendi dolosi in Italia non sono un male inevitabile”, pensò angosciata Sara senza avere il coraggio di esprimere ad alta voce il suo pensiero, per pudore, per vergogna, per angoscia. “

A quel punto, non sapeva a chi appigliarsi per ritrovare il suo mondo di ricordi e di sogni.

A dire il vero riuscì a incontrare quasi subito due coppie di amici che ancora sapevano ascoltare e, come lei, avevano mantenuto intatta la loro umanità. E questi divennero il suo rifugio consolatore.

La calura estiva diveniva, nel frattempo, sempre più insopportabile. Decise, per muoversi, di riscoprire i dintorni della campagna del paese. Ricordava un torrente, dove si recava con gli amici a passeggiare durante il periodo liceale. Propose a Nicola di accompagnarla.

“No!! Ma cos’è successo? Come hanno permesso i cittadini che si realizzasse questo scempio?”, gridò sofferente Sara. Il posto, in effetti, era diventato una discarica a cielo aperto, deposito di scarico incontrollato che ora bruciava alle porte del centro abitato. Una puzza insopportabile costringeva a stare lontano. Sara e Nicola tornarono immediatamente sui loro passi, temendo anche che ci fossero rifiuti dai danni irreversibili per la salute.

Si ritirarono mogi mogi in casa.

Per la prima volta rimpiansero la vita al Nord con il loro lavoro incalzante e l’impossibilità di vivere relazioni autentiche. Capirono che le due realtà si equivalevano, anche se apparentemente diverse, in effetti entrambi cieche ed allineate, impossibilitate ad alcuna reazione, completamente affossate nella mediocrazia, salvo qualche eccezione.

Entrambi aspettarono con ansia il giorno del ritorno alla quotidianità della loro casa al Nord, senza aspettarsi niente di diverso ma ora il sogno del ricordo e del ritorno non esisteva più.

“Che fare per continuare a vivere senza rassegnarsi a sopravvivere? Dobbiamo rinunciare a sognare?, si chiesero.

No, non potevano abbassare la guardia su quello che stava succedendo all’ambiente e alle persone.

Non dovevano smettere di denunciare, intanto, levando alto il loro grido d’indignazione.

Decisero che non potevano smettere di nutrire desideri altrimenti era eutanasia e loro amavano ancora la vita. Ma pensarono, anche, che per mantenersi vivi forse era meglio porsi innanzitutto delle aspettative più vicine alla loro quotidianità. Incominciarono a riscoprire quei rapporti apparentemente vuoti e inutili ma forse così perché non spogliati della facciata di indifferenza che ognuno si crea con la propria diffidenza.

Decisero di affidarsi, intanto, a speranze più vicine come un abbraccio solidale, uno sguardo entusiasta, un cibo preparato con amore; di non smettere, di meravigliarsi allo spettacolo del tramonto del sole o dell’alba; di non stancarsi a cercare amici che arricchiscono e da apprezzare e essere apprezzati per quello che si è.

Nonostante tutto.

E continuare a sentirsi liberi, nonostante tutto.

E non smettere di sognare, nonostante tutto.

E continuare a vivere attimo per attimo, nonostante tutto.

Sara e Nicola avevano capito che era quello il modo di continuare ad esistere ed era la migliore rivolta che avevano; che se ogni persona, nel suo quotidiano, vivesse veramente, intensamente nella ricerca della Bellezza, scatenando la propria capacità di pensiero, potrebbe attuarsi una rivoluzione delle persone silenziosa ma potente capace di stravolgere la negatività  e contribuire a cambiare il mondo.

Nonostante tutto.

Altrimenti è veramente già morire.

Nonostante tutto

(Continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Caterina Condoluci

Caterina Condoluci vive da oltre trent’anni nel Veneto, dove ha esercitato per lungo tempo la professione di docente di italiano e storia. Appassionata d’arte e di letteratura, attualmente si dedica alla scrittura come testimonianza di vita.

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