A Giovanna piace giocare

 

 Caterina Condoluci

 

 

E’ un caldo pomeriggio estivo. Sono nel salotto di Silvana, una cara amica ed ex compagna di liceo che vedo solo l’estate. E’ il nostro appuntamento annuale. Ci ritroviamo a parlare di noi, dei nostri sogni più o meno realizzati, del tempo che passa, dei nostri figli e dei nostri progetti futuri.

Dalla finestra osservo le case intorno e sento il rumore assordante del traffico, principalmente di motorini.

Accanto a me lei, attenta e ospitale. Poco distante sono sedute sul divano due persone a me sconosciute: Giovanna, una sua parente ultracinquantenne e Nicola, il nipote tredicenne che abitano un paese vicino a quello della mia amica.

Sul tavolo un vassoio colmo di biscotti fatti in casa e un paniere pieno di frutta di stagione.

Mi sorprendo a pensare come, ogni estate, con Silvana, provi la netta sensazione del tempo fermato, come se noi, io e lei, durante l’anno, conservassimo la nostra anima di fanciullino, intatta per ritrovarci. Poi, quando ci lasciamo, siamo rapite nuovamente dal tempo che scorre inesorabile.

Questa volta dobbiamo rimandare la nostra solita chiacchierata personale, poiché i parenti assorbono la sua attenzione, la donna in particolare.

Mentre sorseggio un frappè al caffè, osservo Giovanna: dal suo viso traspare sicuramente un affetto deciso per Silvana, nello stesso tempo, però, noto in lei un’inquietudine che non so decifrare. Si muove in continuazione, girando il volto a destra e a sinistra, poi guarda il soffitto, sfuggendo allo sguardo della mia amica, quindi dà un’occhiata al suo orologio da polso, come fosse impaziente d’andarsene.

Il nipote, che aveva appena finito di sfregare un gratta e vinci con una monetina, sta per conto suo e continua a giocherellare con il cellulare.

“Nonna! Me lo avevi promesso! Siamo già in ritardo di mezz’ora! Dai andiamo! Mi sono stufato!”, urla Nicola.

La donna biascica qualche scusa non convincente, prende la borsa e si affretta a raggiungere la porta d’ingresso assieme a Nicola che continua a trafficare con il telefonino. Silvana li accompagna alla porta. Sento un parlare concitato e la voce della mia amica che afferma: ”La devi smettere! Lo vuoi capire che stai rovinando la tua vita e quella di chi ti sta vicino?”. “No, no stai tranquilla, so fermarmi, è solo un gioco”, risponde in modo poco persuasivo Giovanna.

Sento la voce spazientita del ragazzo: “Uffa! Andiamo?”.

Silvana, visibilmente affranta, ritorna nel salotto. La guardo in modo interrogativo. Non può fare a meno di parlare e racconta.

Giovanna, dice, era una donna onesta, semplice e serena. La perdita improvvisa del suo uomo le fece perdere l’equilibrio all’apparenza solido.

Quasi per caso iniziò a giocare a gratta e vinci assieme a un’amica vicina di casa. “Per non pensare”, diceva. Sembrava uno svago innocuo nel quale coinvolgeva il nipote. “Per giocare e stare assieme”, affermava.

La tabaccaia, sua amica, la spingeva a giocare, facendole credito.  Dopo qualche tempo, però, le chiese il conto: 20.000 euro di gratta e vinci! Giovanna non volle coinvolgere la famiglia, convinta che non avrebbe mai più fatto un debito del genere. Pagò in silenzio, utilizzando gran parte dei propri risparmi ma spostò il gioco dalla negoziante amica al computer, concedendosi di tanto in tanto un pocherino assieme al nipote che sapeva già navigare bene. Nel frattempo, iniziò a frequentare una casa da gioco nel paese, situata vicino al cimitero, dove si recava per pregare sulla tomba del suo caro defunto.

Credeva, così, di tenere lontano il dolore e di non pensare.

Un giorno, era ormai a corto di soldi, si sentiva morire. Era inquieta e aggressiva con chiunque, anche con i parenti più stretti che, a suo dire, erano la causa della sua sofferenza. Inveiva contro tutti i suoi cari, dicendo che l’avevano rovinata. I famigliari le volevano molto bene però non capivano il suo comportamento e cercavano di aiutarla come potevano. Ma non conoscendo la causa del suo malessere non intervenivano.

In realtà Giovanna non si rendeva conto di essere in piena crisi di astinenza.

Alla fine, esausta, si recò ugualmente nei pressi della casa da gioco. La vide in lontananza un uomo che capì subito il suo malessere. Le si avvicinò cordiale e le propose un prestito. La donna era in preda a un delirio vero e proprio: “Tanto vincerò sicuramente…Sono certa che vincerò. A volte vinco tanti soldi…”, pensava.

Accettò il denaro e domò momentaneamente lo stato compulsivo che la tormentava.

Quel giorno vinse. Ma poi perse e anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora.

Dovette nuovamente chiedere soldi allo stesso individuo che, guarda caso, era sempre presente e stava nei dintorni della casa da gioco. Era ancora disponibile ma era diventato brusco e cattivo. Ora pretendeva una garanzia per i prestiti: la casa della donna, frutto di una vita di sacrifici fatti assieme al marito, che lei avrebbe dovuto lasciare  in eredità al suo unico figlio.
Non poteva fare altro e firmò un documento, con il quale cedeva tutto il suo avere in cambio dei prestiti ricevuti.

E continuava a fare debiti. Finché, per fortuna, una brutta caduta la costrinse a stare a lungo immobile a letto, prima in ospedale poi a casa.

La lunga degenza le fece prendere coscienza della sua malattia dovuta a una vera e propria assuefazione al gioco. Se ne vergognò amaramente per la prima volta e, nel dolore, capì che non poteva più tacere e che aveva bisogno d’aiuto per guarire.

Raccontò tutto al proprio figlio e a Silvana, i quali chiesero subito aiuto a esperti. Seppero così che la dipendenza della donna aveva un nome, ludopatia, ed era diventata una delle droghe più diffuse nella società contemporanea, che interessava ogni fascia d’età e ogni ceto sociale e che era difficile da sanare. Ma era possibile uscirne con la consapevolezza, l’amore delle persone care e l’aiuto di specialisti.

Silvana termina dicendo che Giovanna inizierà il suo percorso con uno psicologo esperto fra qualche giorno ma che ancora, purtroppo, è fragile e vulnerabile e quindi facile preda di gente senza scrupoli.

 

Saluto la mia amica con un abbraccio solidale. Accompagnandomi alla porta, Silvana mi dice”Non crederai che io ti lasci andare così, senza la nostra solita chiacchierata su di noi? Ci vediamo a cena domani sera, ti va?”.

“Certamente! A domani cara amica!”.

 

 

 

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Caterina Condoluci

Caterina Condoluci vive da oltre trent’anni nel Veneto, dove ha esercitato per lungo tempo la professione di docente di italiano e storia. Appassionata d’arte e di letteratura, attualmente si dedica alla scrittura come testimonianza di vita.

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